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Movimento per la Vita - Sezione Provinciale di Prato

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A R T E   E   C U L T U R A   E   V I T A 

UN PO' DI CIELO
 
Di Sabrina PADIGLIONI
 
“La gioia di donare la vita ancora una volta senza lasciarsi travolgere dalla paura
e dallo scoraggiamento“

Un po' di cielo" è un libro, per certi aspetti, nato per caso. A un certo punto ho avvertito, prepotente, il bisogno di ricordare nei minimi particolari ciò che era accaduto in un determinato periodo della mia vita, di rivivere tutte le emozioni da

cui ero stata travolta. E l 'ho fatto scrivendo. Credevo che ne sarebbero scaturite pagine piene di dolore e invece questo libro trabocca di speranza, pensavo che il cammino descritto sarebbe risultato buio e triste e invece è stata un'esplosione di luce. Con mia grande sorpresa, devo ammetterlo. "Un po' di cielo" comincia con la descrizione della nascita del mio bambino più grande che si chiama Massimo e che, tra breve, compirà tredici anni. lo e mio marito l'abbiamo fortemente desiderato e, quando lui è venuto finalmente al mondo, abbiamo pensato che alla nostra felicità non mancasse più niente. Purtroppo la nostra gioia è stata bruscamente spezzata quando, circa quattro mesi dopo, Massimo ha avuto la prima di una lunga serie di crisi epilettiche: gli accertamenti fatti a seguito di questo evento hanno rivelato che nostro figlio era nato con una grave malformazione cerebrale che avrebbe pesantemente condizionato il resto della sua vita. Dall'ospedale di Prato siamo stati inviati all'Istituto Besta di Milano, ritenuto una struttura all'avanguardia nella cura di questo tipo di patologie. La realtà in cui, a quel punto, ci siamo trovati immersi, ci ha sconvolto: mai e poi mai avremmo potuto immaginare di vedere, tutti insieme, tanti piccoli così sofferenti. Se la malattia non è facile da accettare quando colpisce una persona adulta è ancora più incomprensibile quando si accanisce in maniera così ingiusta su un bambino. Devo dire che durante il nostro forzato soggiorno a Milano mi sono sentita spesso abbandonata da Dio e, fissando uno spicchio di cielo grigio, più volte al giorno mi sono rivolta a Lui per dirgli: "Non esisti, perché se Tu ci fossi non potrebbero esserci posti come questo". In quella situazione drammatica, tuttavia, è stato proprio il mio bambino a darmi il coraggio di non mollare: quando, tra una crisi epilettica e l'altra, riusciva ad avere qualche momento di lucidità, mi guardava con i suoi profondi occhi scuri mentre sulle sue labbra, incredibilmente, si accendeva un sorriso. Proprio i suoi sorrisi che arrivavano così, all'improvviso, ad illuminare il buio del baratro in cui ero sprofondata, hanno cominciato a farmi riflettere. Riflettere davvero. Ho iniziato a capire che Massimo era una creatura del cielo, molto più vicina a Dio di qualsiasi altra persona che io avessi conosciuto fino a quel momento E se questa creatura Nostro Signore aveva deciso di affidarla proprio a me e a Giuseppe ciò voleva dire che Egli aveva riposto in noi una grande fiducia. Una fiducia che noi avevamo il dovere di meritare Il nostro cammino non è stato facile, non lo è stato a Milano quando nostro figlio, a un certo punto, ha cominciato ad avere una crisi epilettica ogni quarto d'ora: crisi devastanti che rendevano impossibile, tra noi e lui, qualsiasi contatto. Non è stato facile quando, a soli ventun mesi di vita, Massimo ha subito un delicato intervento chirurgico al cervello e noi, fuori dalla sala operatoria, sgomenti, disperati, forse anche increduli, abbiamo atteso per ore che qualcuno ci informasse sulla sorte del bene più prezioso. che avevamo al mondo. Non è stato facile neppure quando sono stata costretta a recarmi da uno psichiatra con la speranza che mi aiutasse a vivere, poiché a venticinque anni non ero più capace di uscire di casa da sola per sbrigare la più banale delle faccende. lo che più di ogni altro dovevo prendermi cura di mio figlio non ero in grado di badare nemmeno a me stessa. Eppure se oggi avessi la possibilità di tornare indietro e di scegliere, questa volta, l'esistenza che vorrei vivere, credo che non cambierei neppure un attimo dei mesi e degli anni che ho trascorso accanto al mio bambino. Perché sono stati mesi ed anni di un'intensità da togliere il respiro, sono sta(i pieni di luce, pieni della presenza di Dio. Tutta la nostra vita è stata costellata da tanti piccoli miracoli: il primo, il più grande, è stato quello di aver capito, ad un certo punto, che la malattia di Massimo, che all'inizio ci era parsa solo ed unicamente una disgrazia, in realtà era tutt'altro. Perché grazie a quella malattia abbiamo incontrato tante persone straordinarie e conosciuto tante storie eroiche e abbiamo compreso .che gli esseri umani sono capaci di infinita solidarietà e di costante sacrificio che non è sinonimo di privazione ma, al contrario, di gioia nel 'donare. Di un mondo che spesso appare arido ed egoista, indifferente e superficiale, abbiamo conosciuto la parte migliore. L'altro miracolo è accaduto quando io e mio marito abbiamo cercato di avere un altro figlio perché dare la vita è l'esperienza più esaltante che ci sia e perché non sopportavamo l'idea che Massimo, un giorno, potesse rimanere solo_ quando mi sono recata dal ginecologo per la prima visita e mi ha fatto l'ecografia ho scoperto che i bambini erano addirittura due: e così sono nati Marco e Matteo. E tanti miracoli sono accaduti quasi quotidianamente perché Massimo, con tutti i suoi limiti, con la sua impossibilità di comunicare, è stato capace di far avvicinare la gente, di farla riflettere, di "costringerla" a valutare la propria 'vita fissandola da una nuova e diversa prospettiva. Abbiamo compreso che ci sono sostanzialmente due modi di trascorrere la propria esistenza: si può decidere di vivere mirando al raggiungimento del benessere e del successo personale ma, così facendo, giorno dopo giorno, si uccidono ad uno ad uno tutti i nostri sogni, quelli che abbiamo coltivato da bambini, quelli ai quali avevamo giurato di rimanere fedeli. Oppure si può decidere di guardarci intorno, di andare incontro al dolore, di fare nostra la sofferenza degli altri, di tendere una mano, anzi, entrambe le mani. Massimo ci ha insegnato che l'unico modo di vivere con pienezza la nostra esistenza è quest'ultimo, perché solo così quando giunge la sera e ci si trova a fare i conti con se stessi, si può essere davvero soddisfatti e davvero in pace con la nostra coscienza. Perché solo così non si tradiscono le nostre aspettative più profonde. Il mio bambino handicappato ci ha insegnato tutto questo ed io, come mamma, posso solo sperare che riesca a trasmettere questi valori anche a Marco e a Matteo e che loro, un giorno, possano comprendere quanto sono stati fortunati a crescere con un fratello tanto speciale.

Firmato Sabrina Padiglioni ( è nata e vive a Prato )

 

 

 

 

 


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