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MESSAGGIO DEL CONSIGLIO
EPISCOPALE PERMANENTE
in occasione della XXVII “Giornata per la vita”
FIDARSI
DELLA VITA
La vita è un intreccio di relazioni e le relazioni richiedono che
ci si possa fidare gli uni degli altri.
Secondo una tendenza culturale diffusa, la vita degli altri però,
non è degna di considerazione e rispetto come la propria. In
particolare non riscuote un rispetto sacro la vita nascente,
nascosta nel grembo d’una madre; né quella già nata ma debole; né
la vita di chi non ha i genitori oppure li ha, ma sono assenti e
aspetta di averli col rischio di aspettare molto a lungo, forse
addirittura di non averli mai. Così chi attende di nascere, rischia
di non vedere mai la luce; e chi attende in un Istituto
l’abbraccio di due genitori, rischia di vivere per tutta la vita
con il desiderio di un evento che mai accadrà. Scontiamo modi di
pensare e di vivere che negano la vita altrui, che non si fidano
della vita perché diffidano degli altri, chiunque essi siano. E
invece: “Non è bene che l’uomo sia solo!” (Gen 2,18): lo
scopo dell’esistenza sta nella relazione. Con l’Altro, che ci ha
creati, ci ama da sempre e per sempre, e per noi ha in serbo la vita
eterna. E con gli altri, a cominciare da chi più ha fame e sete di
vita e di relazione: come il bambino non ancora nato o i molti
bambini senza genitori.
C’è il bambino non ancora nato, icona e speranza di futuro:
entrare in relazione con lui, considerandolo da subito ciò che egli
è, una persona, è la più straordinaria avventura di due genitori.
In questo senso, l’aborto, quando è compiuto con consapevole
rifiuto della vita, superficialmente o in obbedienza alla cultura
dell’individualismo assoluto, è la più terribile negazione
dell’altro, la più gelida affermazione dell’individuo che
ignora l’altro, perché riconosce soltanto se stesso. In non poche
circostanze, in verità, l’aborto è una scelta tragica, vissuta
nel tormento e con angoscia, sbocco di povertà materiale o morale,
di solitudine disperata, di triste insicurezza: in queste situazioni
a negare l’altro è, in ultima analisi, tutta una società, cieca
nei riguardi dei bisogni delle persone e insensibile al rispetto del
figlio e della madre.
Anni di esperienza inducono a ritenere che la via maestra per
vincere la cultura dell’individualismo, ma anche per superare la
fragilità che durante una gravidanza può nascere dalla paura di
non farcela, consiste nel fare compagnia alle madri in difficoltà,
aiutandole a capire che gli altri esistono, ti aiutano, non ti
lasciano sola e portando assieme a te il tuo peso, lo rendono
sopportabile, fino a farti scoprire che non di un peso si tratta, ma
della gioia più grande.
Ci sono poi molti bambini e ragazzi che trascorrono la loro infanzia
in un istituto, perché i loro genitori li hanno abbandonati o per i
più svariati motivi non sono in grado di tenerli con sé. Il loro
futuro è incerto e insicuro, perché tra pochi mesi questi istituti
saranno definitivamente chiusi. Si aprirà così per le famiglie
italiane – sia per quelle che godono già del dono di figli
propri, sia per quelle che vivono la grande sofferenza della
sterilità biologica – una grande opportunità per dilatare la
loro fecondità attraverso l’adozione o l’affido temporaneo.
Se una famiglia si dimostra disponibile, non va lasciata sola. Deve
avvertire attorno a sé una rete di solidarietà concreta, fatta non
solo di complimenti ed esortazioni, ma di tante forme di aiuto e di
solidarietà. E chi si rende disponibile per l’adozione o
l’affido, deve sentirsi parte di un’avventura collettiva, in cui
gli altri ci sono, vivi e presenti. Risuonano perciò
particolarmente suadenti in questo momento, per le famiglie e per le
comunità, le parole di Gesù: “Chi accoglie questo fanciullo nel
mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha
mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è
grande” (Lc 9,48).
Perché dunque non fidarsi della vita rispondendo a una sfida che
viene dagli eventi? Ne guadagnerebbero le famiglie nel vivere la
esaltante avventura di una fecondità coraggiosa che fa sperimentare
che “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Ne
guadagnerebbero molti figli nel trovare finalmente l’affetto e il
calore di una famiglia e la sicurezza di un futuro. Ne guadagnerebbe
l’intera società nel mettere in evidenza segni convincenti che le
farebbero prendere il largo nella civiltà dell’amore. La vita
vincerà ancora una volta? Osiamo sperarlo e per questo chiediamo a
tutti una preghiere unita a un atto di amore accogliente e solidale. Il
Consiglio Episcopale Permanente
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